TEATRO

Una pura formalità

Un uomo corre sotto il temporale. Viene prelevato da due poliziotti e portato in commissariato. Si trovava in “stato confusionale” spiegano i poliziotti al commissario, che però tarda ad arrivare.

Nell’attesa il misterioso “uomo che correva sotto la pioggia” alterna momenti di confusione apatica a episodi di aggressività; afasia, linguaggio forte insieme a modi sfrontati si alternano, facendolo apparire quasi folle: domattina ha un’importante incontro con il ministro della cultura, deve telefonare per avvertire che ritarderà, ma non è possibile, le linee telefoniche sono interrotte, non si può neppure fumare. Dopo un’estenuante attesa arriva il commissario (Glauco Mauri), “un Commissario maieutico più che inquisitorio”(1), assertivo e equilibrato a tal punto, quanto il fermo appare instabile e ambiguo. Ma chi è L’Uomo? Dice di essere un celeberrimo scrittore, Onoff (Roberto Sturno), il preferito del Commissario, che lo considera un maestro.

Il tema fondante dello spettacolo è la ricerca della memoria: «Per non morire d’angoscia e di vergogna, gli uomini sono condannati a dimenticare le cose sgradevoli della loro vita; e più sono sgradevoli più si affrettano a dimenticarle» scrive Onoff in un suo romanzo.

Onoff, che non pubblica da sei anni, è affascinato dalle metafore geometriche: “Due rette parallele non si incontrano mai. Tuttavia, è possibile immaginare l’esistenza di un punto così lontano nello spazio, ma così lontano nell’infinito, da poter credere e ammettere che le due rette vi si incontrino. Ecco! Chiameremo quel punto, punto improprio”. Il Commissario, userà queste parole, una citazione dello scrittore stesso, per portare un po’ di luce nell’enigma della vicenda. Lo spazio, la cronologia sono indefiniti, una contraddizione palese e costante, che contribuisce a ingarbugliare la memoria del protagonista e a inquietare lo spettatore. Onoff guarda l’orologio, ma è senza lancette, dice di essere nato nel 1959 e di avere 54 anni (dovremmo essere quindi nel 2013), ma il commissariato presenta un arredamento un po’ troppo retrò (macchina da scrivere, telofono anni ’40). Cresce la suspence, in uno spettacolo che si presenta come un giallo. Il coup de théâtre è rappresentato dal motivo per cui Onoff, si trova in quel luogo sperduto e claustrale, che gli stessi agenti faticano ad accettare: quella notte è stato commesso un omicidio. Ė però ignota l’identità della vittima. Onoff, interrogato, offre un alibi incerto,discorde; vuoti di memoria, afasia, incongruenze, rabbia: lo scrittore sta bluffando? Mente? È colpevole? Proprio quando, una rivelazione espressa da Onoff nel sonno sembra aver chiarificato finalmente lo stato delle cose, il colpo di scena finale ribalta completamente la situazione.

“Una razionale e al tempo stesso commossa visione della vita”. Glauco Mauri (classe 1930), che offre, in quest’ultima perfomance, una grande prova di recitazione, degna della sua esperienza, definisce così lo spettacolo. Spettacolo che Mauri ha diretto e riadattato dall’omonimo film di Tornatore del 1994, in cui i protagonisti erano interpretati da due attori di eccezione: Gérard Depardieu e Roman Polanski. Oggi una pura formalità è considerato uno dei capolavori di Giuseppe Tornatore, a cui, l’allestimento teatrale di Mauri, non ha nulla da invidiare.

Rosalba Bonaccini

Note:

(1) MICHELE ZACCARIA, Quando ricordare è un po’ come morire, http://drammaturgia.fupress.net/recensioni/recensione1.php?id=5859

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